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La Pandemia: la tragedia che ci può far ritrovare il senso del tempo

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il senso del tempo

In questi periodi di pandemia abbiamo ricevuto una grande mole di informazioni, sensazioni, sentimenti, che forse può essere paragonata, nell’ultimo secolo, solo all’invenzione prima della radio e poi della televisione. Quel che è certo, è che si apre uno spiraglio per una rivisitazione profonda del nostro modo di vivere. Questa visione del futuro, nasce dalla mia esperienza personale vissuta attraverso la mia galleria d’arte on-line.

Finora l’on-line virtuale era appannaggio di viaggi, alberghi, beni di consumo di medio/basso livello, ora la pandemia ha portato praticamente tutto nel mondo del virtuale e da ultimo ha costretto milioni di persone al lavoro e allo studio tra le mura domestiche con smart-working e la didattica a distanza.

Tutto ciò, se lo affrontiamo con gli occhi e la mentalità attuale, lo viviamo male, insofferenti, desiderosi di tornare quanto prima alla nostra vita “normale”. Qualcuno si sta chiedendo, quale sia la vera vita “normale”? Chi è in grado di dire cosa è la normalità e soprattutto chi è in grado di dire se quello che stiamo affrontando non sia l’inizio di una nuova era, dove una “nuova normalità” ci potrà dare sensazioni e quel benessere che attualmente solo la martellante pubblicità ci fa “sognare”?

La civiltà industriale: crescita a che prezzo?

Da oltre 100 anni ci hanno insegnato che lo sviluppo, la crescita professionale e culturale, poteva avvenire solo trasferendosi nei sancta sanctorum creati dall’uomo: le metropoli e i grandi centri industriali. Assolutamente vero. Tutte le attività si sono concentrate lì, in alcuni casi da oltre due millenni. L’uomo, per sua natura essere sociale, necessita di stare a contatto con i suoi simili, indipendentemente dal modo con cui ci entra in relazione, sia esso nel bene o nel male. Tutta la storia finora ci ha raccontato di come l’evoluzione sotto ogni profilo sia stato frutto dell’aggregazione umana nei grandi centri, ovunque essi fossero localizzati. Orbene la pandemia, per quanto possa sembrare un nonsense, ci sta indicando come l’uomo, senza perdere la sua socialità, irrinunciabile, può riappropriarsi di ciò che la sua stessa evoluzione lo aveva privato: il tempo!

Il senso del tempo

Facciamo una breve analisi: si diceva che una volta i contadini, andavano con il tempo, si usava la frase “andare al letto con le galline”, non in segno dispregiativo, ma semplicemente perché l’uomo adattava i suoi tempi e il suo lavoro al ciclo solare. Intere comunità festeggiavano l’arrivo del primo raggio di sole, in una valle o in una zona, proprio perché segnava il cambiamento di vita per la durata di una stagione. Ora tutto è modificato, il tempo è l’elemento mancante o meglio la risorsa che scarseggia, tutti si affannano, tutti corrono, tutti si arrabbiano, perché non hanno tempo, perché quello che sembra loro fondamentale per la loro stessa riuscita ha necessità di tempo. Però poi sprechiamo tempo, nelle code in strada, negli ingorghi in città, nelle attese al telefono, nelle risposte della burocrazia, e via dicendo, con quale risultato? Semplice, diciamo che tutto ciò è il prezzo da pagare alla civilizzazione, all’era del consumismo e quel che è più assurdo al benessere. Le parole “benessere” e “sviluppo” della civiltà spesso sono in antitesi. Parliamo di benessere, per poi vivere stressati e frenetici, in funzione di un benessere di facciata, (auto, casa, vestiti, viaggi) che ci fanno lavorare come matti per poi non goderceli, parliamo di benessere fisico, (palestre, centri estetici, medici), per poi soffrire di malattie che nascono dallo smog, l’inquinamento o stress da lavoro, che ci falciano senza alcun rispetto o della tecnologia  (cellulari, tv, computer, tablet). Tutte conquiste che non ci lasciano un attimo di tregua, di respiro. Questo è benessere e gestione del tempo?

Ora proviamo a fermarci, e la pandemia che lo si voglia o no ci costringe a farlo, quantomeno a rimanere un po’ di più nei nostri alloggi, che siano ville o monolocali e chiediamoci: “Veramente non esiste un alternativa a tutto ciò?”

Ebbene come vi dicevo prima, dalla mia esperienza di galleria on line ho avuto una sorta di “illuminazione”. Non sono un neo-messia, ci mancherebbe altro, però mi ha dato lo spunto per pensare e quindi scrivere quello che ho visto nella mia mente e che mi piacerebbe fosse replicato in tanti di coloro che leggeranno, se avranno voglia di proseguire a leggere, quello che sto scrivendo.

Cosa è una galleria on line? Fondamentalmente è una vetrina in cui propongo artisti selezionati, le cui opere probabilmente non sarebbero accessibili né a me né a tanta altra gente per problemi di distanza, o semplicemente per l’impossibilità a partecipare ad una loro mostra. Orbene, la galleria on line facilita questo incontro, lo rende possibile, ci restituisce il senso del tempo!

Come recuperare il tempo perduto

Se la frequentazione di una galleria on line mi permette di acquisire una risorsa scarsa e preziosa come il “tempo”, cosa ci succederebbe se noi, dovendo rimanere nelle nostre case per forza di cose, riuscissimo a trovare situazioni che aumentassero questa disponibilità di tempo? Semplice vivremmo meglio!

Riconquistando la vita perduta attraverso l’ottimizzazione della tecnologia e delle possibilità che essa ci offre. Mi spiego meglio. Internet ci ha permesso di essere on line 24 ore su 24, di stare in contatto con amici, parenti e conoscenti, praticamente in tutto il mondo. Finora, però, non ci ha concesso ulteriore tempo, ma ha semplicemente riempito ancora di più quel poco di tempo che ancora era residuale di tutte le altre attività. i Si è incastrato nelle pieghe delle altre attività, per dirla in breve l’abbiamo aggiunta e non abbiamo avuto un vero miglioramento della nostra vita. Forse un ampliamento di quella sociale, ma non ci ha migliorato nello stress quotidiano. La nostra vita è rimasta praticamente come prima solo più incasinata.

Ora immaginiamo per un istante, che grazie ad internet, le grandi città o i grandi centri industriali si svuotino, di qualche milione di persone e che queste, senza rinunciare al proprio lavoro, alla propria socialità, possano vivere in ambienti più confortevoli, in collina, o montagna o in riva al mare, o semplicemente nel paesello in cui i loro avi coltivavano la terra. Cosa succederebbe?

Innanzitutto queste persone, seguiterebbero a lavorare e quindi ad essere produttive e di conseguenza ad aiutare la società a progredire, i loro consumi si adatterebbero ad uno stile di vita a loro più consono. Perché spendere di più per acquistare un bene che per essere portato in un grande centro commerciale ed ha necessità di tanti passaggi, che oggettivamente vanno remunerati, quando lo stesso bene magari lo trovo a portata di mano nel negozietto vicino casa? Perché stressarmi nel traffico, nel parcheggio o su mezzi pubblici quando lavorando tranquillamente da casa mia, magari in cima ad una collina, pur non avendo una villa, ma semplicemente un piccolo appartamento, posso far a meno dell’auto o più semplicemente la sfrutto effettivamente per il tragitto che serve nei tempi necessari e non la trasformo in una sorta di ufficio ambulante? Perché respirare e produrre smog per auto, case e quant’altro, quando il mio posto di lavoro è dentro casa mia ed una stufa a pellet o magari pannelli fotovoltaici o una semplice caldaia a metano mi permettono di avere il benessere di cui ho bisogno? Inoltre questi milioni di persone che a distanza di 100 anni ripercorrerebbero la via inversa fatta dai loro avi, riconquistando le terre abbandonate, cosa lascerebbero a chi rimane? Più spazio, meno smog, meno concorrenza per le risorse esistenti e quindi un calo generalizzato dei prezzi, in definitiva più benessere e più tempo!

Ma la vera socialità diverrebbe virtuale? Allora è un impoverimento non un arricchimento?

No, è esattamente il contrario, si riformerebbero quelle comunità che il progresso ha liquefatto in milioni di rivoli, ci sarebbero nuove aggregazioni, la gente meno stressata e con molto più tempo a disposizione, apprezzerebbe lo stare insieme, senza rinunciare alla tecnologia, al progresso. Qualcuno subito penserà, che si voglia danneggiare qualche attività in favore di altre o di grandi catene o multinazionali, no! Non sarà la, la civiltà dei comuni medioevali, dove ci si combatteva tra vicini. Questa visione, perché purtroppo di visione parlo, offrirebbe un grande unico ed impagabile vantaggio: “il tempo”. La possibilità di riappropriarci della nostra vita, il che significa dare maggior spazio anche a noi stessi e a chi ci sta vicino.

Si, ma le crisi familiari, gli scontri tra persone crescerebbero, perché la convivenza aumentata, porterebbe a confronti più continui.

Possibile, ma non mi sembra che l’attuale situazione sia migliore, anzi, spesso si legge che i drammi familiari si hanno nei piccoli centri, dove la follia di uno, segna a vita un’intera famiglia e una comunità. Ci siamo chiesti a cosa è dovuto tutto ciò, perché spesso accadono nei piccoli e medi centri, mentre nelle grandi città abbiamo rapine, stupri, droga, prostituzione ecc. ecc.?

Forse perché la macchina che ancora vuole attirarci verso i grandi centri di aggregazione, ci fa sentire isolati, poveri di opportunità e questo sentore, crea malumori, voglia di evasione, che purtroppo alcuni trasformano in rabbia o vendetta, mentre altri una volta giunti alla meta dei loro sogni, la grande metropoli o il grande centro industriale, comprendono che il loro sogno è sì raggiunto, ma a che prezzo?

Scuola, sanità, commercio, cultura, sport

Altro problema, la scuola, la sanità, il commercio, la cultura, lo sport? Tutte cose che la società attuale ci offre, mentre prima chi viveva nella lontana periferia, poteva solo immaginare o accedervi molto limitatamente.

Appunto, si parla di società attuale, non di benessere, non di sviluppo!!! Immaginiamo che un area attualmente spopolata, torni ad essere ripopolata da centinaia di famiglie, cosa accadrebbe? Si aprirebbero piccoli o medi o grandi centri commerciali in aree vuote, si avrebbero nuovi centri medici, magari si riaprirebbero piccoli o medi musei o teatri o cinema e anche le strutture sportive potrebbero sorgere come polo per una comunità fatta da piccoli centri, ma con quali benefici? Enormi. Si tornerebbe al misura d’uomo, alla possibilità di vivere queste esperienze molto più facilmente e molto più serenamente e al contempo anche i grandi templi della cultura ne beneficerebbero, perché sarebbero più facilmente accessibili, non oberati da un traffico o il caos che normalmente li circonda per il semplice fatto di essere posizionati nei grandi centri urbani. Andare nelle grandi metropoli, che nel frattempo avrebbero ridotto, consumi e inquinamento, non diventerebbe più uno stress, ma un viaggio di piacere.

Tutto bellissimo, ma il lavoro e la scuola?

Lì il contatto e lo scambio sono necessari.

Certo, ma perché le scuole devono necessariamente stare in grandi centri, perché le università, non possono considerare che oltre agli orari di lezione ci possano essere anche delle video chat di aggregazione, d’altra parte i giovani sono in costante chat e non mi sembra che questo li distrugga psicologicamente o li faccia sentire frustrati! È il modello a cui siamo stati formati, che ci chiude la visuale del futuro, non è una rivoluzione violenta quella che si propone, ma semplicemente la riformulazione del modo di vivere sfruttando i vantaggi della tecnologia, nessuno dice che le fabbriche vengano abolite, ma è altrettanto vero che non ha senso portare migliaia di impiegati in un edificio, con spostamenti, spese e strutture che costano all’intera società, quando possono tranquillamente operare da remoto. Le stesse aziende avrebbero l’imbarazzo della scelta nell’accedere a certe risorse, come i cervelli. Un ingegnere, un grafico, un sistemista o un qualsiasi altro lavoro che non richiede la presenza fisica in sede, potrebbero essere ricercati in una qualsiasi parte del paese e averla nel proprio staff. Se poi quella persona nell’ambito del suo lavoro, sfrutta la sua risorsa tempo per fare una passeggiata, una corsa o qualunque altra attività, invece di intasare strade, aeroporti, mezzi pubblici o quant’altro per svolgere lo stesso identico lavoro, ben venga, ne guadagnerà sia lui sia la sua azienda. Gli stessi operai che andranno alla linea di montaggio, troveranno solo il traffico strettamente necessario, che comunque sarà enormemente ridotto ed avendo meno concorrenza nel mercato di tutti i giorni, avranno anche accesso a maggiori e migliori risorse. Lo stesso territorio ne beneficerebbe. Maggior controllo, maggiore cura e magari maggiori opportunità di lavoro, con la rivalutazione di tante risorse e tradizioni, sempre con un serio accesso alla rete sociale. Forse molti tornerebbero a riassaporare la terra come elemento di vita e non come povertà e sudore o come sottomissione sociale.

L’importante è iniziare far partire il meccanismo, non trincerarsi dietro le vecchie abitudini o i vecchi schemi.

I peggiori nemici siamo noi stessi

I peggiori nemici siamo noi stessi, la nostra pigrizia e quella di chi può e deve governare questi cambiamenti. Tutti i cambiamenti hanno creato difficoltà, disagi e malumori, ma non è la ragione che li deve bloccare, altrimenti saremmo ancora all’età della pietra. Quando si sentono politici che dicono, tornare dallo smart-working è necessario per ripopolare i centri, i bar, i ristoranti, da una parte li comprendo, perché lì ci sono persone che lavorano, ma è anche vero che nei secoli centinai di lavori si sono trasformati o sono spariti per via dell’evoluzione e questa deve essere la nuova via dell’evoluzione se vogliamo riaccaparrarci di ciò che la storia ci ha tolto, il tempo!

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